mercoledì, novembre 11, 2009

Dreesy

A Diadorim



La parola chiave è "Dreesy".
Ogni mattina della scorsa settimana mi sono svegliata alle sei, cercando di schivare la Prisci al buio per non trasformarla in una tortilla, ho fatto la pipì, mi sono lavata le mani (questo lo specifico solo per fare la figura della persona sana e rispettabile), ho aperto le ante della dispensa e ho sfamato la felina con una scatoletta di cibo "Dreesy".
Poi mi sono vestita, ogni mattina in un modo diverso, scomodo ed elegante (a parte lunedì. Lunedì ero comoda ma un po' volgare, con il maglioncino troppo scollato e lo smalto rosso, recente acquisizione-premio per la fine della mia onicofagia), prendevo la macchina e poi l'autobus e andavo a lavorare, ticchettando sulle scarpine lucide e scodinzolando le code del cappottone nero, all'Accademia Filarmonica, per il biennale Concorso Calvicembalistico.
Due anni fa, tra la débacle emotiva e il solito impegno che la settimana clavicefala richiede, mi ricordo che ero felice.
Quest'anno un po' meno.
Lo scorso concorso andava ancora tutto bene con il mio fidanzato, di lì a pochi mesi saremmo partiti per Parigi, per quello che sarebbe stato il nostro ultimo viaggio insieme. Il mio grado di fuoricorsismo non era ancora così prossimo alla catastrofe come lo è ora.
Non ero ossessionata dall'idea di dovermi dare una mossa e trovare un lavoro serio per cominciare a mantenermi.
Non avevo un gatto da evitare e sfamare ogni mattina.

Quest'anno sì.
Per tutta la scorsa settimana io, le mie unghie rosse e le tettone tenute malamente a bada dal maglione, ci siamo barcamenate come al solito tra giovani concorrenti, spartiti da riordinare, assurde pretese da parte degli illustri giurati ("ecco, signorina, lei che parla molto bene le lingue...non basta che dica Johann Sebastian Bach. Deve dire JoHHHHHHan Sebastian BacHHHHH, con l'acca che si senta", questo detto mentre stavo contemporaneamente curando la febbre di un candidato, pulendo il cestino della carta straccia, organizzando gli intricatissimi orari di studio incrociati su due cembali per l'indomani e preparando i programmi di 13 schizzatissimi  clavicefali in semifinale). 
Sono tornata a casa ogni sera sfinita dalla responsabilità, dal freddo e dalle preoccupazioni per il giorno dopo. Con Marco che, alle dieci, nonostante fossi già in modalità cadavere da due ore, reclamava un pasto caldo come un uccellino il suo paté di vermi. 
Poi, ogni sera sono crollata sul letto (sfatto, perché nessuno pensava a mettere in ordine durante la mia assenza), con ancora qualche grumo di matita abbarbicata agli occhi, che anche se spendo gli ultimi 15 minuti di lucidità a sfregarmi la faccia con le salviette struccanti Vichy, chissà perché, il trucco non viene mai via del tutto.
E per tutta la settimana, il mattino dopo, ho sfamato la Prisci con una scatoletta "Dreesy".

Il Superillustre Presidente della giuria, poche ore dopo essersi congratulato con me perché
"rispetto a due anni fa, signorina, la vedo veramente molto più carina. Fa piacere avere una segretaria così piacente", ha pensato bene di umiliarmi in pubblico per una futilità.
Certa gente, semplicemente, non....

E quello che ho provato è stato come un bambino che salta su un laccio di cuoio appeso per un capo a un polmone e per l'altro al cuore, un doiiiiiiing che mi ha fatto schizzare organi e sangue al cervello. Come ci si può permettere di trattare così una persona che lavora, per renderti felice e fare in modo che tu non debba muovere di un centimetro le tue pallide chiappe da susina, dodici ore al giorno per sette giorni consecutivi, senza avere neppure il tempo di mangiare, come si fa a dirle davanti a tutti con aria da Goebbels "Signorina mi ha tirato proprio un bello scherzetto" e a farle una ramanzina di un quarto d'ora davanti a quaranta persone  solo perché non avevo avvertito mia nonna di un cambio di appuntamento?!

...Il Superillustre Presidente ama mia nonna. Per tutta la vita hanno fatto lo stesso mestiere: suonavano il clavicembalo. Solo che mia nonna ha insegnato al Conservatorio, ha fatto i suoi seminari e concerti,  ha sposato mio nonno, si è fatta una famiglia e una vita e poi è andata in pensione, mentre il Superillustre Presidente ha basato la sua intera esistenza su questo strumento obsoleto con i tasti all'incontrario, è diventato una delle massime autorità mondiali in materia, non ha sposato nonne, non ha avuto famiglia, nè pensione, nè vita.
Amava mia nonna.
E il fatto che io non l'avessi avvertita, tra le appena cinquecento altre cose necessarie perché il Concorso procedesse senza intoppi, del cambio d'orario del loro appuntamento, mi rendeva ai suoi occhi una donnetta infida e senza valore, una perfida arpia disposta a scombinare i piani del destino, una Kali capricciosa che si diverte a scombinare i suoi piani per una serena vecchiaia.

Non sopporto essere trattata male in pubblico, soprattutto se ingiustamente.
Anche in una cosa che non mi appartiene, che non mi è mai appartenuta, come il Concorso, come quel mondo di ossessionati dalle semicrome, ho sempre messo l'anima, il cuore, le lacrime, tutta la passione possibile, perché mi piace lavorare.
Mi piace rendermi utile. 
Mi piace che la gente, concorrenti e loro parenti, pubblico melomane e curiosi occasionali, mi stimino. 
Mi piace camminare sui pavimenti vetusti dell'Accademia Filarmonica, e vedere la mia pelle cremosa riflessa sugli enormi specchi ossidati, illuminata dalla luce rosea dei vecchi lampadari.
Mi piace accompagnare i ragazzi alla prova finale.
Si chiama "basso continuo", e consiste nella lettura a prima vista di un piccolo brano del settecento, da eseguire con una cantante, e nell'improvvisazione di un accompagnamento.
Quando tocca alla prova del basso continuo, devo chiudere i concorrenti, a uno a uno, in uno stanzino, insieme al solo branetto, una sedia e una matita, per quindici minuti.

Quest'anno non sapevo dove metterli. Tutte le sale dell'Accademia erano occupate da giovani orchestrali, mastodontiche pile di spartiti, conferenze, strumenti d'epoca.
Quando ormai stavo per ripiegare sull'ascensore, un Responsabile in tweed mi ha detto:
"c'avrei uno stansino che é in ristrutturassione, se le va bene!"
Va bene.
Un pianoforte a mezza coda, un soffitto affrescato con putti e dei.
La veneziana abbassata, il pavimento in discesa, una sedia. 
Un'enorme impalcatura di metallo, con sopra un rullo, un pennello, qualche straccio
e una lattina vuota di "Dreesy".
Ero appena stata trattata di merda dal SuperCapoMegaStimatoDelMondoClavicefalo, avevo ancora un po' di macchioline rosse su un'unghia, ero stanca.
Era tutto sulle mie spalle da una settimana, ero esausta e non ne potevo più e volevo solo andare via e invece c'era ancora tutta l'ultima giornata da affrontare, la finale, il concerto, i verbali, gli esclusi da consolare le congratulazioni il catering i problemi dell'ultimo minuto da risolvere nell'ombra e in un secondo, ma quella scatoletta
-con un po' di macchioline bianche sul lato-
e il pensiero che il restauratore avesse un gatto e che dovesse stare attento a non pestarlo ogni mattina, prima di andare al lavoro e arrampicarsi su un'altra impalcatura,
mi ha messo in pace con il mondo.
Non importa se l'uragano in cui ti trovi sono i compiti scomodi, un lavoro che non ha più senso per te, la malinconia, l'incertezza, oppure sei tu.
C'è sempre altro: c'è quello che ti aspetta a casa, l'affetto, un abbraccio, gli oggetti che ritrovi, un animaletto da sfamare pescando col cucchiaio nella melma al tacchino, c'è altro, c'è la sensazione che attraverso il quotidiano- e una lattina di Dreesy- ti stai costruendo una vita - e una felicità -  che non dipende da una telefonata mancata, o un'acca non pronunciata, che se è fragile è solo perché è nuova nuova, da sondare, da prendere e far ripartire dal tuo altro, dai tuoi successi, dal tuo letto sfatto, da un miagolio insistente ogni mattina.

Ho chiuso la porta della stanza, e ho chiamato la prima candidata.

"Entrez, Cécile, c'est à vous"

Sorridevo. 







domenica, novembre 01, 2009

Alla fine (the end is the beginning is the end)

Non ero così male. Stavo bene anche in ballerine. 
A dirla tutta, i numerosi anziani assisi dietro alle briscole mi hanno anche riservato qualche sguardo penetrante. Peccato che, comunque, nelle foto della presentazione risulti sempre la solita balena col rossetto.
Che due coglioni.
Aspetto a parte, mi devo rendere conto.
Mi devo rendere conto che:

1) Ho effettivamente scritto un libro. E' incredibile, e mi sembra una cosa da niente, e se lo tengo in mano adesso e per caso mi viene in mente la disgraziata idea di leggerlo, lo odio. Mi sembra una cosa estranea a me, una sciocchezza, e ieri sera, addirittura, tale Alfredo coinquilino dell'amico Francesco mi ha detto "complimenti davvero", e io ho risposto: "ma io non ho fatto niente".

2) Prima e dopo ogni presentazione, firmo autografi con la faccia e i sentimenti di una che chiede scusa. La gente mi si avvicina, mi parla, mi chiede cose e mi fa complimenti. Ieri una signora mi ha detto che si è immedesimata in un personaggio del mio libro. E io...me ne devo rendere conto, tutto qua.

3) Sto vivendo una vera e propria avventura. Per me è un'avventura anche solo riuscire a prendere il biglietto dal casello autostradale senza dover scendere dalla macchina (o andare dal ginecologo o buttare la spazzatura o tagliarsi i capelli o fare la spesa), pensate cosa dev'essere partire per posti nuovi, sedermi davanti a gente sconosciuta e sbrodolargli addosso me stessa. 

4) Quando si scrive un libro, si comincia. Non è finita affatto: bisogna trovare i posti per presentarlo e poi presentarlo, leggerlo ad alta voce, parlarne, sviscerarlo senza pietà, e mi devo rendere conto. 
Che.
La fine di questo libro è stato un inizio di cui solo ora...mi sto rendendo conto.
Le persone che ho potuto conoscere grazie alla sua fine, gli incontri, le emozioni che si condividono inevitabilmente, anche quando vorresti startene in un minuscolo cantuccino a ripetere ossessivamente "ho solo scritto un centinaio di pagine di cazzi miei ho solo scritto un centinaio di pagine di cazzi miei ho solo scritto un centinaio di pagine di cazzi miei".
Mia nonna, dopo averlo letto, ha deciso di scrivermi una lettera.
Mia madre vuole parlarne ogni giorno.
Ricevo messaggi ed email e commenti di apprezzamento e richieste di spiegazioni che io non posso dare. 

5) Tutta questa giostra mi dà l'idea che sia appena cominciata. Lo voglio da quando avevo sei anni, scrivere, conoscere gli addetti ai lavori, raggiungere le persone grazie a quello che dico, lettori che mi dicono "grazie" e lacrime e applausi e squali dai quali salvarmi, lo voglio.
Ma l'idea che sia appena cominciata, mi rende euforica e terrorizzata.

6) Non so dirla meglio di così. Proprio io, che mi vanto di saper buttar giù qualsiasi cosa, devo prendere in prestito una metafora di Marco:

"Hai buttato un sasso nell'acqua. Vedrai, piano piano i cerchi attorno a lui si allargheranno. Prima stretti, poi sempre più larghi, distanti, ampi e coinvolgenti, finché non spariranno. Allora tu getterai un altro sasso, magari più lontano, e tutto ricomincerà, e così via finchè avrai voglia di buttarne".

7) Il primo sasso è stato gettato, è affondato, finito.  

8) E tutto è cominciato.

sabato, ottobre 31, 2009

These Boots are made for Walking...

E venne il giorno.
Oggi pomeriggio ho una presentazione del libro in quel di Argenta (FE).
Dovrei divertirmi, mi dico, è nell'ambito di una fiera dell'editoria indipendente.
Figo...stempererò l'ansia da presentazione girellando per bancarelle, sfogliando romanzi di autori giovani senza rischiare lo shock culturale di trovarmi i versi di Wislawa Szymborska a stretto contatto con le ponderose opere di Federico Moccia.
L'unico problema, come dicevo nel post precedente, è il vestito, come sempre. 
Ma anche questo annoso dilemma sembrava essere accantonato. Sembrava. Appunto. E' un caso che 'sto tempo di merda si chiami "imperfetto"? Noi di Voyager pensiamo di no.
Da quando mi sono felicemente rifidanzata ho ritrovato l'allegria, la voglia di cucinare e i sette chili persi l'anno scorso, quindi i pantaloni sono da escludere. O non mi si chiudono proprio, e in quel caso vengono accuratamente piegati e riposti nella scansia "Better times" in attesa di tempi più snelli, oppure, dopo una sinfonia di ansimi e gemiti, asola e bottone riescono a congiungersi nello sforzo supremo e ad avvertire con voce strozzata la cerniera: "guarda che se non vieni su ti strappiamo tutti i denti".
In questo caso, anche se la cerniera dovesse farcela a raggiungere gli strenui compagni di sventura, riuscirebbe a stento a contenere il mio panzone, e produrrebbe una specie di doppio cavallo convesso che parte due centimetri sopra l'ombelico e finisce a filo di figa, creando un effetto alla Pavarotti infoiato che, per quanto interessante da un punto di vista antropologico, non è proprio indicato al palesamento. 
Ci sarebbero i pantaloni cagaroni...ma, incredibile, ingrassano di tre taglie persino me.
La soluzione? I benedetti fuseaux. Neri, asciutti, elastico in vita, perfetti sotto all'abitino nero che ho intenzione d'indossare, e soprattutto, perfetti da mettere dentro agli stivaloni scamosciati stile Ugg's.
Una bella giacchetta di velluto nero (o forse, per spezzare, sarebbe meglio quella verdolina?), trucco, ed è fatta, dovrei essere pronta.
Benedetti fuseaux, lo ripeto. Benedetti stivali scamosciati stile Ugg's, che anche se c'hai due pandori Bauli al posto dei piedi come me, ci entri e ci sguazzi anche, e sembri pure alla moda.
Perfetto.
Sì.
Come no.


L'altro giorno vado a trovare la W. 
Come al solito, ci spariamo una megamerenda (lei) e un pranzo (io) a base di merendine e similNesquik (lei) e panino e caffè (io).
Il panino lo faccio con quello che mi offre lei, a volte arrosto di tacchino, salame, una roba un po' viscida che si chiama Tenerone, altre volte una fetta di pecorino o emmenthal svizzero, e tra un bicchier di coca ed un caffè tiriamo fuori i nostri perché e proponiamo i miei però.
L'altro giorno, no. Niente salame, niente Tenerone, niente però.
Tonno e pomodorini secchi sott'olio. 
"Che buono W., grazie!"
"Prego" chomp chomp.
Finito di ungermi il grugno con il sandwich capolavoro, mi accingo a giocare con la W. a una partita a minigolf sulla Play.
Mi siedo. 
Alzo i piedini miei delicati sul poggiapiedi della poltrona Poang. 
E lì, amici...il DISASTRO.
Una gocciolona malefica pregna d'olio di strutto sudato dai pomodorini è colata sullo stivale scamosciato sinisitro in stile Ugg's.
Così, PAH, lacrimona indelebile dell'Uomo Pizza.
E giù di talco, di strofinate con lo straccio, di sacramenti e giaculatorie, e la macchiona è ancora lì.
Ora.
Senza gli stivali in stile Ugg's, tutta l'idea dei fuseaux + vestitino crolla.
Devo mettermi le perfide ballerine segapiedi, che mi fanno due inguardabili caviglie da Miss Piggy, e perdipiù sono ormai fruste e rifruste, con la gommina del tacco che se ne sta andando per sempre, salutandomi con uno strascico di bavetta appiccicosa.
E' un dramma.
La mutter dice che dovrei comprare della TRIELINA al lavasecco e cercare di strofinarla sull'orrida macchiona, e se il piano dovesse fallire, allora almeno lucidare le ballerine fruste.
Ok che tanto tutta la gente sarà ipnotizzata dal mio inquietante doppio mento, ma mi preoccupo lo stesso. Forse perché è Halloween: almeno il giorno della mia festa voglio essere carina...





lunedì, ottobre 26, 2009

Giochi

Oggi hanno pubblicato una mia intervista sul sito "Giochi di lingua".
Ok, il nome per esteso è "Giochi di lingua italiana", ma detto così è più equivoco e, come ha detto l'amica Chiara, "più adatto a te, purzèla!".
Se volete leggerla, ecco qua


e domenica 31 sarò alla Prima Fiera dell'Editoria di Argenta (Fe) per presentare il mio librino.
Il che mi costringe a declinare l'allettante invito della mica Lilla, che prevedeva di andare a Gardaland a vedere la sfilatona di Halloween.
Uffa, quanti sacrifici per vendere un paio di copie in più!
...Scherzo, sono felicissima. Sto cominciando ad abituarmi all'idea di aver pubblicato un romanzo.
Ora resta solo da decidere cosa mettermi...forse potrei travestirmi da Shakespeare, o da patata, non so...
si accettano suggerimenti!




domenica, ottobre 25, 2009

Scrivere è...

...un apostrofo rosa tra le parole "auto" e "sputtanarsi".


giovedì, ottobre 22, 2009

Diario di una Praga (Parte II)

Venerdì 9

Dopo esserci scorticati piedi e gambe, decidiamo sia giunto il momento di scorticare anche il portafogli, rilassarci, metterci in panciolle e fare quel cacchio che ci pare. Cosa credi, soldato, che sia una fottuta guerra? E' una vacanza, perdio!
La mattina saliamo al castello per vedere la mostra di Capek: tutto un ritratti lanosi, futuricubismo, suggestioni della Cecoslovacchia tra le guerre. Il posto, la vecchia scuola di equit
azione, è magnifico, il caffé che sorseggiamo al cospetto della cattedrale di S. Vito ancora di più (e molto meno caro di quello di Starbucks). 
Mentre ci allontaniamo per visitare meglio il comprensorio reale, una tipetta allegra ci piazza davanti al naso un registratore, e ci chiede un parere sulla mostra per la radio ceca.
Uau. Un'anticipazione di quello che dovrò affrontare da lì a due settimane...
In un inglese cucito con lo spago, raffazzono un paio d'impressioni e me ne vado contenta di aver fatto anche 'stavolta la parte della saltimbanco.
Marco annuisce e saggiamente tace.
Finché non gli balza per la mente l'idea di visitare DAVVERO il comprensorio reale. Io pensavo fosse una battuta, un modo di dire. Come: "dopo magari andiamo al cinema", ma poi piove e a casa si sta così bene che alla fine non si va.
No.
Qui, ci si va sul serio.
Biglietti che costano un occhio (ma noi riusciamo a strappare un super sconto togliendo a Marco sei anni d'età e trasformandolo da operatore call center/bassista a studente universitario fuori corso), e ausilio di un'enorme audioguida a guisa di mazza medievale, da scarrozzare comodamente lungo i 3 km del percorso.
E si va!
Cattedrale di S. Vito (magnifica. Peccato il temporaneo imbottigliamento tra qualche decina di culi teutonici impegnati a rimirare gli splendori asburgici), 
Castello, Vicolo d'Oro, torre Diaborka (prigione medievale dall'evocativo nome), corsetta veloce per restituire in tempo il mazzafrusto uditivo e via lungo la Nerudova, a osservare preziosi
 manufatti di artigianato turistico e rifocillarci dove già ci rifocillammo, memori dei piatti strabordanti a prezzi abbottonati.
Verso sera, comunque schienati, ripariamo all'hotel, ove ci accoglieranno le calde coltri a tre stelle e un paio di panini freddi all'insalata russa e salame sovietico, acquistati in un Potravyny (alimentari) dall'aria appena meno equivoca del bowling cinese di quartiere, ma giusto appena.


Sabato 10

Scade il biglietto della metro ma non il proposito di prendersela comoda ("non è mica una fottuta guerra" eccetera).
La vacanza è quasi alla fine. Spiace.
Per tenerci stretti gli ultimi lembi di Praga, visitiamo la mostra di Mucha. 
Tutto, all'ingresso, sembra urlare "Vi Frego!": nello stesso stabile, proprio ai piedi della cattedrale di Tyn ("dannate guglie" eccetera), una mostra di Dalì permanente con improbabili busti di Andy Warhol in cartongesso, a 10 metri un ristorante per turisti, cartelli che promettono souvenir kitsch a prezzi Belle Epoque. 
Invece, l'esposizione al secondo piano è sobria e interessante, ben studiata, e i lavori di Mucha lussureggianti.
Dopodiché, signori, è tempo di togliere il freno a mano alla bestia affamata di shopping che alberga in noi.
Nel mercatino di via Havelska, già teatro di un pranzo mai digerito, compriamo giocattoli di legno, segnalibri, quadri, un golem-pezzo d'arte e ricordini di vario e dubbio gusto.
Pranziamo in un bel ristorante a base di Schnitzel e cavolo acido (per dessert, una deliziosa Fiesta vecchia con mezza pesca sciroppata e una sburratina di panna baveuse).
Gironzoliamo fino a via Jilskà e in uno splendido negozietto compriamo due tazze favolose e un magnete per il frigo.
Bona.
Torniamo in albergo a riposare, e a riprenderci dal freddo che oggi attanagliava, forse un modo della città di tenere stretti noi, che ce ne stiamo per andare.
In albergo, cena a base di Potravyny più equivoco di quello della sera scorsa (il pane non aveva nulla da invidiare in gusto e  consistenza ai busti di Warhol nel museo Dalì).

Domenica 11

Una bella mattinata sotto l'acqua, al riparo dei portici di Mala Strana.
Visto il tempo, rimandiamo la visita alla collina di Petrin alla prossima vacanza a Praga; prendiamo l'ennesimo caffé da Starbucks (ancora due frappuccini e ne diventeremo azionari), e ci incamminiamo verso la piazza di Malta, location ampiamente utilizzata da Milos Forman per il suo "Amadeus".
Piove di brutto.
Poco lontano c'è il museo della music
a ("No, Choppa, questo non è il museo della musica! E' il museo Hudby". "Ah. E cosa vuol dire Hudby?" "Uh eh...della...musica").
Ci infiliamo dentro e veniamo travolti dall'impressionante assenza di visitatori e presenza di strumenti antichi (Marco viene travolto dalla presenza di un prototipo di sintetizzatore, che lo terrà incollato alla sua teca per circa tre quarti d'ora. No, non è facile per niente).
Usciamo ringalluzziti e ci facciamo l'ennesimo giro per Mala Strana. 
Ponte Carlo (addio, Ponte Carlo, mi mancherai come sempre) e pranzo a Stare Mesto a base di ginocchio di porco, che , come un parente sgradito, si rifarà vivo a scadenze regolari fino al mattino dopo.
Cena in albergo a base di rutti al maiale e panino raccattato in giro. Ai peperoni. 
Quando ci si vuol fare del male, che almeno ce la si metta tutta.
(Nota Bene: prima di dormire, ci spariamo due ore di "Ceko Slovenska Super Star", versione cecoslovacca di American Idol, o più probabilmente un modo per cominciare ad apprezzare lo stridio delle unghie sulla lavagna).

Lunedì 12

Ultimo giorno.
Il tempo volge al diluvio.  Cerchiamo di corrompere il recezionista panzone per poter stare qualche ora in più in albergo. Ne, alle 12 sloggiare.
Poco male, vorrà dire che un'altra passeggiatina corroborante a meno quattro non ce la negherà nessuno. Dannato recezionista panzone. 

E comunque.

Che bella vacanza, che bella Praga, i suoi scorci, la sua intimità, e che belli noi, al nostro secondo viaggio come se fosse il primo, come se fosse l'unico.
Sei anni fa, quando ci venni la prima volta, la città si stava risvegliando all'alba della consumistica democrazia, e ora sguazza in panciolle nella siesta dell'avvenuta trasformazione da Capitale dignitosa e abbottonata a Metropoli mcdonaldiana senza ritegno. 
Sono contenta di averla vista ancora convalescente, con le sue campagne spoglie, i tram radi e lenti, le facce scorbutiche, e di vederla ora così, quasi uguale a mille altre nell'efficienza dei servizi e nella ricchezza delle vetrine, e unica, diversa da tutte, nell'aria gravida di ricordi e ferite ancora sporche di mercurocromo.



martedì, ottobre 20, 2009

Diario di una Praga (Parte I)


Lunedì 5 ottobre

Seguendo le istruzioni riportate sulla prima pagina della Routard, ci rechiamo dall'aeroporto Ruzyne all'albergo Quality, nel quartiere Vinohrady. Sì, fa rima. Sì, è l'unica cosa allegra in questo momento. 
Sono le nove del mattino: ci sono dieci gradi, una pioggerella gelidina e quattro pesanti valigie ai nostri piedi. Le nostre membra intorpidite dal clima ceco già pregustano il tepore della camera che ci attende, le lenzuola asciutte, le saponette intatte sul ripiano di cristallo del bagno.
Ci avviciniamo fiduciosi al panzone del receptionist.
La stanza non sarà pronta prima delle 14.
Partiamo vitali come amebe sciroppate alla volta della città.
Giretto a Mala Strana coi piedi gonfi e strascicanti, pranzetto leggero a base di zuppa d'aglio e stufato di goulash in una taverna vuota d'habitués, passeggiatina digestiva sul Ponte Carlo intasato di turisti zainati e mezzo mangiato da una serie di lavori in corso, e rientro in albergo, dove moriamo per risorgere solo sette ore dopo, in tempo per ingurgitare una corroborante cotoletta con maxipinta di Musketyr in un pub nella zona dell'hotel.

Martedì 6 

Mattina: colazione in hotel a base di yogurt, pane e burro e cioccolata calda. Dopo una rapida occhiata al bancone self service opteremo, le prossime mattine, per un più congruo pasto a base di uova strapazzate allo strutto, salsicce e caffè paludoso.  Opzione che diventerà imperativa una volta svenuti davanti alla Torre dell'Orologio, in preda alla rota di grassi saturi, tremando per il progressivo abbassarsi del livello di caffeina attendendo lo scoccare del mezzogiorno. I soliti italiani.
Giretto per la piazza di Stare Mesto.
Seconda colazione riparatrice a base di grassi saturi e caffeina da Starbucks (dove un caffè "solo", alto mezzo dito, costa come un pasto intero a base di stinco di bue e caviale di storione del Danubio).
Ulteriore giretto per la piazza, dove ci lasciamo incantare dal botteghino ambulante che vende biglietti per escursioni turistiche. Ne compriamo due per la città di Konopiste e la fabbrica della birra autoctona Velkopopovicky Kozel, così buona che ne bevi una pinta in meno tempo di quanto te ne occorra pronunciare  le parole Velkopopovicky Kozel.
Poi,  la città vecchia, a zonzo per il quartiere ebraico e partenza verso il castello,che da lassù invita tutti i visitatori a mollare la frenesia che permea le classiche vie del turismo e raggiungere la vetta del quartiere Hradcany per goderne lo splendido panorama.
Goduta dello splendido panorama e pranzo in via Nerudova.
Mangiamo porco come porci.
La sera, passeggiata sul Ponte Carlo un po' meno intasato di turisti zainati, e ancora nella città vecchia...quelle guglie della cattedrale di Tyn non la smettono di stupirci.
Che romanticismo, che atmosfera, che angoscia nel correre all'hotel pensando che l'indomani, alle 10 mattutine, ci aspetta l'escursione...


Mercoledì 7 

Cosa credi, che sia una vacanza? Questa è una fottuta guerra, soldato!
Il pulmino che dal vistoso botteghino ambulante ci porterà  al castello di Konopiste, residenza estiva di Francesco Ferdinando d'Este, e da lì alla fabbrica della Velkopopovicky Kozel, ospita un altro paio di coppiette piene di aspettativa e una guida che parla un inglese temperato con l'accetta.
Dopo una mezz'oretta di viaggio attraverso la meravigliosa campagna ceca, così dolce e ppure dura, così ricca eppure scevra (niente a che vedere comunque con i dintorni di Zola....quelli  che son posti...) , punteggiata da meravigliosi cartelloni pubblicitari cechi e lussureggianti fabbriche di pneumatici cechi, arriviamo al castello Konopiste, passando accanto a uno stupendo bosco con laghetto che farebbe la gioia di qualsiasi locationist.
Visitiamo il castello assieme a un gruppo di cariatidi in libera uscita; vediamo splendide sale e rifiniture, impressionanti collezioni di trofei di caccia (orsi appiattiti su parquet centenari, corna, musi appesi, sembra La casa delle libertà).
Nella stanza da letto reale, un albero genealogico della famiglia asburgica illustra come l'incesto sia diventata pratica proibita, nonché alcune chiare discendenze con alcuni delle suddette catatoniche cariatidi.
Dopo la visita, giusto il tempo di pisciare quei tre/quattro litri di birra che ormai ristagnano in noi come acquitrini mai spurgati e siamo pronti a stufarci nel pulmino (riscaldamento fisso in modalità "bollitura goulash"), alla volta della fabbrica di birra.
Visita alla fabbrica di birra, con annessi e connessi quali: enormi essiccatoi, silos di rame, odore d'orzo e operai indefessi. 
Assaggio di birra (pessima. La Kozel è buona solo scura, ora lo so).
Ritorno a casa con piedi cotti e azzannata clandestina di panino sul pulmino.
Non paghi, giriamo per la Città Nuova e io mi pappo un altro panino con polpette da Subway (del tutto superfluo). 
Giro in centro e cena (ormai perdendo lembi di carne come i lebbrosi), nei pressi di piazza Venceslao. Dietro di noi, pronti ad affrontare, prima di crollare a letto, diversi piatti deliziosi a base di manzo sugoso, passa una delicata signorina che c'impartisce un'estemporanea lezione di storia: "Eh pecché qui me sa scé stata...'a primavera de Praga. Penzo".
Piombiamo in un sonno senza sogni.


Giovedì 8

A braccetto con i postumi della gita, ci rechiamo alla scoperta del quartiere ebraico.
Così pieno di storia, di significato, di cultura, di studentelli con le pigne nel cervello che ciondolano sui gradini delle sinagoghe scrostando i tasti dell'I-pod e i maroni di chi è costretto a scavalcarli per entrare nei luoghi di culto. Comunque.
La Kippah obbligatoria vola continuamente via dalla testa della metà maschile (Marco), e c'è uno scazzo per le insistenze a stare attento e avere rispetto del luogo da parte della metà femminile (io), cosicché il cimitero ebraico vede, come se non bastassero gli strati di morti, anche un pezzetto del nostro idillio amoroso incrinarsi un po'.

Nel pomeriggio, dopo una lenta riappacificazione, visitiamo la sinagoga spagnola e pranziamo nel self service a buon mercato e pessimo grado di digeribilità dietro Stare Mesto, giriamo per le bancarelle strategicamente piazzate a portata di coppie irritabili e dentro un negozio di vestiti di seconda mano.
Altra visita al castello sotto la pioggia, la cattedrale che cola acqua come inchiostro, il Vicolo d'Oro deserto come una speranza disattesa, e per non disattendere neanche il mood della giornata, litighiamo di nuovo, per fare pace poco dopo baciandoci sulla Tomasska (non è troppo scandaloso; non come farlo sulla Karmeliska, comunque).
La sera, Città Vecchia (dannate guglie, vi amo) e, ancora ruttando aglio dal pranzo, ceniamo in un ristorante vuoto e buonissimo (involtini di pollo e salmone affumicato sublimi), lasciando svariate corone di mancia alla cameriera simpatica e in lacrime. 
Giornata umida.

sabato, ottobre 17, 2009

Priorità

Lo so, dovrei pubblicare il contenuto del quadernetto di viaggio di Praga.
Lo farò oggi pomeriggio, probabilmente, rimandando a stasera la pulizia della mia stanza (se per allora riuscirò a procurarmi un lanciafiamme e una notevole quantità di mastice), perchè ho voglia di raccontare che settimana piena e divertente sia stata.
La prima con il mio nuovo fidanzato da fidanzati (la primissima fu Londra un anno fa, ma all'epoca marco era "solo" amicomarco, compagno di avventure. Adesso è compagno di tutto), con gioie, scazzi, meraviglie e annessi e connessi della vita di coppia in libera uscita.
Scrivevo le cronache alla fine di ogni giornata, su un quadernetto di carta riciclata usando una penna di legno comprata a caro prezzo nel negozio di lusso di un museo dalle parti del castello, e ne è venuto fuori il ritratto di viaggio allegro e intenso. 
Sì sì, prometto che lo posterò.
Ma prima...

...
Sentite, ok.
Lo so che è infantile. Che dovrei smetterla di tirarmela, di essere entusiasta, di far pubblicità e tutto il resto, ma a me fa un certo effetto, ok?
Guardate un po' qua.
Vi prego, guardateci.


...Non è meraviglioso?


A dopo per il resoconto del viaggetto.

giovedì, ottobre 15, 2009

Entrate nella gabbia della morte...

...fuori ci sono io

Certo che la precisazione delle misure abbondanti potevano risparmiarla (per non parlare dei denti aguzzi). 
Comunque in questi giorni mi è piombato un po' tutto addosso, cioè, c'ho un casino da ffare, ggente da vvedere, sai quando si diventa scrittori di tendenza è così. Si comincia a indossare solo mutande Lovable e da lì in poi è un veloce arrampicarsi per la scala del successo. Sono addirittura su Repubblica, e non è finita qui.
Presempio, domenica m'intervistano per tivù e radio. A voi no, scommetto. 
Anfatti, vedi? E voi ce l'avete il succo "Euro che ride" alla pesca nel frigo?  Ecco, io sì.
Invidiatemi pure!


ps: credo che del mio libro siano state vendute finora copie 6, e tutte a persone delle quali conosco nome, cognome e domicilio, il che  fa di me una vera scrittrice di tendenza. Suicida. 
pps: no, scherzo, le vendite non m'interessano.
ppps: però se arrivo a 8 copie  posso comprarmi anche il reggipetto "Seduzioni diamonds" di Valeria Marini, il che mi assicurerebbe un posto nella hall of fame di Dalerino.

martedì, ottobre 13, 2009

Al mio rientro da Praga, guardate un po' cos'ho trovato:



LA VORAS EDIZIONI   www.vorasedizioni.it

Annuncia l’uscita della nuova pubblicazione:

 

"NINA NIHIL giù per terra" di Marta Casarini 

 

 

NINA NIHIL CI INVITA A STENDERCI SUL PAVIMENTO CON LEI PROMETTENDO CHE NON CI ANNOIEREMO NEANCHE PER UN SECONDO

 

Nina Nihil passa gran parte delle sue giornate stesa a terra interrogandosi su come la vedono gli oggetti che la circondano. Il soffitto, per esempio, la vede così: “una pallona di pongo verde spiaccicata sul pavimento di cotto, munita di due escrescenze blu che terminano in un paio di blocchi cicciosi e di altrettanti spessi rami che si aprono scomposti, bramosi del fresco del terreno che li inchioda”.

Nina Nihil, professione baby sitter, racconta la sua vita di ragazza oversize all’unica persona completamente priva di pregiudizi che conosce: Mela, una delle bambine che accudisce.

Il risultato è un susseguirsi di gag esilaranti che ci esortano a sviscerare i condizionamenti che l’esteriorità esercita sulle nostre vite.

Romanzo carico di citazioni colte, ma anche popolari, che segna l’esordio di questa brillante scrittrice con l’animo di un moderno Chaplin.

Nina Nihil potrebbe diventare l’eroina di una serie di romanzi che rivendicano il diritto a essere quello che si è, anche quando si contrasta il comune senso estetico.

 

L’AUTORE: Marta Casarini nasce a Bologna nel 1984. Ha pubblicato alcuni racconti nelle antologie “Bio-scritture” (Bohumil, 2006) e “Corpi d’acqua” (Voras edizioni, 2009).

“Nina Nihil giù per terra” è il suo romanzo d’esordio, e potrebbe essere il primo di una serie dedicata a questa eroina dei nostri tempi.