venerdì, maggio 17, 2013

SSSS: Senza Supermercato e Senza Soldi

(Come sapete, da lunedì 29 aprile ho deciso di intraprendere l'avventura di passare un anno intero senza mettere mai piede in un supermercato. 
Riassunto delle puntate precedenti nel caso qualcuno non abbia voglia di leggersi tutti i post inerenti:
ho deciso di passare un anno intero senza mettere mai piede in un supermercato, e Marco adesso mangia la verdura.)









Nutro, oltreché tre gatti, una certa antipatia per tutti quelli che, compiendo una scelta poco ordinaria, si sentono in diritto e dovere di professarla come unica via per la felicità.
Sei fruttariano e ti cibi esclusivamente di banane, arance e kiwi, e solo se caduti spontaneamente dall'albero? Farai tantissima cacca, buon per te. 
Però non guardarmi con commiserazione mentre addento la mia bruschetta all'aglio e mozzarella. 
Non dirmi con aria schifata "ma cosa stai mangiando?! Non lo sai che i lieviti sono la morte e i latticini!! I LATTICINI!  Ti costringeranno a un'agonia che avrà fine solo a seguito di atroci sofferenze?!" (No, non lo so: se le atroci sofferenze comprendono lo starti accanto mentre mangio, potrei anche considerare di lasciarli perdere).
Segui una religione che comprende lo starsene per mezze ore intere davanti a una pergamena a ripetere un mantra per trovare la pace interiore?* 
Non dire a un cattolico fervente, o a un ebreo, o a un induista, che il tuo è l'Unico, Vero, Imprescindibile credo che possa esistere sulla faccia della Terra, e tutti gli altri non hanno senso. 
Abbi rispetto.
Per te potrà anche essere così, ma i modi di vivere, di pensare, di credere, sono molteplici. 
Per non parlare dei modi di mangiare. E di fare la spesa. 
Detto questo, 
la scelta di non andare al supermercato mi sta, in un certo senso, salvando la vita.
Sono rimasta con pochi euro in banca. Non parlatemi di crisi: io non ci credo. Penso che sia piuttosto uno stato mentale, ormai, spesso una scusa per adagiarsi e avvallare le politiche lavorative e sociali più denigratorie. 
E credo anche sia una grande opportunità di crescita e cambiamento.
Con pochi euro in banca non puoi dire: "passo al super e pago col bancomat". Devi pensare al singolo pezzo che compri. Non so voi, ma io al supermercato non ci riesco mai. Sembra costare tutto così poco che un pacchetto di cubi di pancetta in più non potrà mica fare la differenza. O una fetta di focaccia in bustina...o duecento grammi di ricotta, che vuoi che sia. 
E riempio, riempio, riempio il carrello...sarò facile agli abbagli del consumismo, che vi devo dire. D'altra parte, io sono una di quelle che ha dovuto cancellarsi da tutte le newsletter dei vari siti di abbigliamento online per non ridursi a chiedere l'elemosina (vestita benissimo, ovviamente).
Al mercato è più facile stare attenti. Innanzi tutto, c'è bisogno di contanti: quello che hai è quello che puoi spendere. E poi - il vento sulla faccia, le chiacchiere attorno- hai il tempo e la condizione mentale per poter scegliere con attenzione quello che ti serve, senza il rischio dello spreco. Di soldi e di stress. 
L'altro giorno mia sorella, fresca di luna di miele, tra una foto del ponte di Brooklyn e un racconto sui tram di San Francisco, mi ha chiesto se davvero si risparmi, a far la spesa così, solo nei mercati di zona. 
Io, stordita dal gran parlare di yankee e di burritos lunghi due metri, le ho risposto sovrappensiero: "Mah sai, alla fine spendo quasi uguale a prima".
A mente lucida, posso dire: un corno.
Al supermercato, bancomat alla mano, spendevo una settantina di euro a volta. A VOLTA. Non vuol dire a settimana. Spesso succedeva che mancasse qualcosa di basilare, tipo il latte o le uova. 
Mi fermavo all'Esselunga. E prendevo il latte, le uova, l'insalata, le braciole, la pasta, il pesce, e qualcosa di inaspettato tipo una nuova fodera per il piumino. Anche se non ne avevo bisogno. 
In questo modo le cose si accumulavano nel frigo e in casa e i miei soldi diminuivano drasticamente. Spesso dovevamo addirittura buttare del cibo. BUTTARE DEL CIBO. Inconcepibile per me. Eppure lo facevo.
Ora, con trenta euro alla settimana, massimo trentacinque, campiamo che è una meraviglia.
La differenza sta, mi pare di capire finora, quindi, nel fatto di comprare solo ed esclusivamente quello che serve. E sta anche nella pace del mercato, lontanissima dallo stress ai neon degli iper.
Altra cosa importantissima:
la roba che compro al mercato rende in modo incredibile. Cosa vuol dire? Vuol dire che stamattina ho comprato, al mercato di Ponte Ronca:
1 kg di pane toscano
400 gr. di biscotti misti (al cioccolato, uvetta, zucchero, mandorle)
600 gr di salsiccia fresca
400 gr. di pancetta in pezzo intero
1 kg di zucchine chiare
1 kg di mele
1 kg di  arance (se ne trovano ancora di ottime a maggio...grazie, tempo orribile!)
1 caspo di lattuga lollo
1 caspo di scarola
4 uova
1 litro di latte crudo
costo totale: 29 euro. 
Tutta questa roba mi durerà un sacco di tempo. Dieci giorni almeno. Se penso a quanto mi duravano prima i biscotti del super, mi sento male. Perché dura di più? Perché la roba che si trova è talmente buona e fatta bene che ne basta davvero poca per sentirsi appagati e sazi.
Considerando che lunedì, al mercato di Zola, comprerò circa 10 euro di pesce, e martedì a quello di Riale altre uova, ricotta e altra verdura per un totale di circa 12 euro, il conto è fatto.
In due settimane andrò a spendere circa 50 euro. 
E' vero, ci vuole abilità in cucina. Non puoi dire "ho fame, vediamo cosa c'è in freezer, mi sparo due sofficini". Bisogna far durare le cose, inventare innumerevoli sughi diversi per la pasta, ripieni per frittate e focacce, creare insalate e sformati, ma con la qualità eccelsa di ogni singolo ingrediente comprato al mercato, riuscirci è veramente facile.
Se vi interessa (ma qualcosa mi dice che lo farò anche se non ve ne frega niente), posso cominciare a postare le ricette che mi invento con le cose del mercato.
Non sarò io a dirvi: cambiate politica di spesa, al mercato si risparmia moltissimo e si guadagna in salute! Né mi azzarderò mai a sostenere che una scelta del genere sia semplice e fattibile per tutti. 
Mi limito a raccontarvi la mia esperienza. 
Che per ora è davvero entusiasmante.














*autoironico: io sì. :D 





domenica, maggio 12, 2013

Son tutte belle, ma...


Non parlo spesso di politica, qui.
Su facebook un po' di più. Sarà che mi piace commentare le notizie, sarà l'animo pasionario, sarà che non sopporto le ingiustizie, il razzismo, le cafonerie e la bassezza intellettuale e intellettiva che si insinua nelle decisioni di chi dovrebbe garantire, a tutti, diritti e servizi sanciti dalla Costituzione.
Sarà che ho voglia di dire la mia, sempre -altrimenti non scriverei.
Sarà.
Sarà che a Bologna il 26 maggio si vota un referendum per decurtare i finanziamenti alla scuola privata e paritaria e convogliarli nella scuola pubblica. E io non posso votare, abitando fuori città, essendo un referendum destinato ai soli residenti.
Allora ho voglia di dire tante cose, tante. Che la scuola dev'essere laica e libera, che non ha senso in un paese che si professa democratico e laico finanziare le scuole cattoliche, che a Bologna un sindaco che si professa democratico non può mandare a casa dei genitori una lettera in cui apertamente si indica come votare (e cioè, contro ogni logica, principio e articolo costituzionale, per il mantenimento dei fondi pubblici alla scuola privata).
Però non so da dove cominciare. Perché non sono un'insegnante, solo un'ex alunna scapestrata, spesso svogliata e assenteista, che ha amato tantissimo alcuni professori e materie, e vissuto con passione le sfide e le proposte che la scuola mi metteva davanti.
Incasinata, testona, insicura: così ero e in parte sono ancora. E la scuola pubblica mi ha accolta e sostenuta proprio per quella che ero (con buona pace della prof di matematica, materia nella quale avevo 3 fisso, che volentieri mi avrebbe buttata nella bocca del Vesuvio coprendomi di cachi marci).
A scuola ho frequentato il primo corso di scrittura, l' "Atelier", come si chiamava, che adesso ripropongo agli adulti e agli adolescenti, cercando di trasmettere la stessa passione che mi è stata lanciata dentro dalla prof Indiveri, infuocata come un dardo.
La stessa passione della mia prof di italiano Lucia Malvi, e quella delle mie prof di inglese, francese e spagnolo, e la stessa che aveva la mia prof di storia dell'arte, e quella dell'insegnante di teatro, e del mio preside, che durante l'occupazione annuale passava a trovarci e ci chiedeva se avessimo per caso bisogno di qualcosa.
La stessa passione di mia mamma. Che va a scuola con le coliche renali, con la febbre, con la depressione, pur di essere presente a ogni saggio di prima media, a ogni recita elementare, a ogni gita.
Sono stata fortunata. Ho scelto un liceo pieno di insegnanti con un amore incredibile per il proprio lavoro. E so, per conoscenza e racconti di altri miei coetanei e no, che di insegnanti così ce ne sono tantissimi.
Io voglio che tutti, anche chi non ha un soldo in tasca, possano avere il diritto di usufruire di un servizio così fondamentale come quello di una buona istruzione: che gli apra la mente, che lo coinvolga, che sostenga la sua personalità e gli accenda un fuoco dentro.
Se si toglie alla scuola pubblica la possibilità di ricevere maggiori fondi, non ha senso dichiararsi contrari all'eutanasia o alla condanna di morte. Senza soldi, né sostegno, né fiducia, la scuola pubblica muore, e trascina con sé migliaia di persone.
A proposito di vita, e diritti, e gioia e anche morte, vorrei raccontarvi la storia dei ragazzi della scuola media di Marzabotto.

'Sti ragazzi della scuola media (pubblica) di Marzabotto si sono inventati insieme alle loro maestre un'installazione chiamata "Gocce di memoria": una goccia di carta velina bianca per ogni vittima della strage nazifascista di Montesole, da portare agli eventi commemorativi che si svolgono in giro per l'Italia: la marcia della Pace a Perugia, la manifestazione del 2 agosto a Bologna, il 25 aprile a Montesole...li vedi subito se ci sei, perché sono un fiume bianco che si muove nel cielo, una cosa commovente e bellissima.
Il 9 maggio i ragazzi di Marzabotto sono andati a Roma a ritirare il primo premio della memoria, consegnatogli da Napolitano e Grasso, per la bellezza e l'importanza del loro progetto.
Mia mamma è la loro preside ed è andata con loro. Come al solito, qualunque sia la sua condizione fisica, sostiene e incoraggia le iniziative e la personalità di tutti gli studenti e gli insegnanti delle scuole che presiede.
Mamma, auguri, oggi è la tua festa. Ti voglio bene, e c'hai due gocce così.


ps: (vuoi pubblicare questo post? Sì, PUBBLICA).



mercoledì, maggio 08, 2013

Vantaggi ortaggi (miraggi?)

Per ora la spesa al mercato mi ha fruttato un'immagine su tutte, qualcosa che renderebbe impagabile la fatica dell'impresa, se ci fosse stata, che invece non c'è.
Fare la spesa al mercato è il massimo che si possa chiedere allo shopping. Questo in primavera, credo anche in estate, vedremo in autunno e inverno se la penserò allo stesso modo.
L'immagine che da sola varrebbe la fatica che non c'è, è la mano di Marco che inzuppa un pezzo di focaccia alta e morbida nella ciotola dei pomodorini pieni di menta basilico e olio d'oliva, e poi la porta alla bocca e fa "mmmmh!!" roteando le labbra e allargando le narici, e poi ne strappa un pezzo ancora e lo re-inzuppa, prosciugando tutto il sugo fresco, riempiendosi la bocca di fettine rosse sottili, dolcissime e sugose dei datterini del mercato. Semini scivolosi gli colano sul mento.
Mi chiede se domani gliene preparo ancora, e se magari ho intenzione di ricomprare la prossima settimana quelle zucchine piccole e saporite da preparargli al forno, ripiene di ricotta delle mucche di Guglielmo. Zucchine! Lui che prima non le buttava giù nemmeno fritte nello strutto.
Macina pomodori e focaccia come non dovessero bastargli mai, e infatti non bastano.
"Lunedì prossimo li devi ricomprare. Incredibile, non mi fanno acidità! Ne potrei mangiare mille, mi ricordano le merende di mia zia da me in Calabria".
Marco che mangia la verdura.


Questo, scusate, batte tutti i Mulini Bianchi del mondo.
(e non mi ha tuttavia impedito, ieri, di strafogarmi di fette biscottate e Nutella con la sorellina. La cosa positiva è che non ho sentito sensi di colpa; anche questo è, in un modo del tutto privo di auto indulgenza, naturalmente, un grande vantaggio).


ps: presto vi farò un'analisi più approfondita del cosa significhi comprare solo al mercato, ma come sapete mi faccio prendere dalla foga dei momenti, che alla fine raccontano più di tanti resoconti analitici, che io comunque non so fare. Infatti. Non li faccio, va'. Continuo a raccontarvi come al solito dei fatti miei, poi voi carpite quello che volete carpire.

lunedì, aprile 29, 2013

Un anno senza supermercato

Non so se sia colpa della primavera, umida e piovosa come non vedevo da anni,
o dell'ovulazione, o dell'ansia del dover spendere meno, o dell'abbondanza di tempo,
non mi ci raccapezzo, non so perché: qualche volta fa anche bene non saperlo.
Però ho deciso di lanciarmi in un progetto.
L'ho chiamato "Un anno senza supermercato", e di cosa si tratta lo dice il nome.
Per un anno intero, a partire da oggi, 29 aprile, non voglio mettere piede in nessun supermercato.
Né Esselunga, con le sue vaschette fighette, né Coop, con gli stessi metodi antisindacali degli altri, mascherati da paladini del welfare, né Carrefour, con le sue luci stroboscopiche e la vastità siderale delle sue corsie di latticini.
Niente più raccolte di bollini.
Niente moneta per il carrello nella portiera dell'auto, niente fila spazientita alle casse e niente ansia di riempire con fretta da Flash i sacchetti della spesa "se no gli altri aspettano troppo".
Niente volantini con gli sconti e niente stress per fare in modo di non perdere i giorni di sconto.
Niente carte fedeltà per raccogliere punti e vincere una caffettiera che si scrosta dopo una settimana d'uso.
Cosa mi avrà mai  spinta a prendere questa decisione?
A parte tutto questo, è che mi piacciono i sacchetti di tela.
Il lunedì mattina ne arraffo due o tre, li tengo appesi alla porta della cucina. Me li metto in spalla e vado al primo mercato della settimana. Lì hanno il pesce buono, di solito prendo quello piccolino: i piccoli polipi, i moscardini, le seppie mignon, che la pescivendola tira su con le mani guantate di cellophane e mi consiglia di infarinare e friggere, e io li friggo.
Il martedì pomeriggio c'è il mio preferito, il mercato di Riale. Quattro bancarelle in una piazza grande quanto il mio tinello, verdura latticini pane e miele. Il panettiere lì è un po' caro, allora prendo solo mezza pagnotta di un pane buono come dieci pani buoni, con i semi di zucca e girasole,  che mi dura quasi cinque giorni. La signora del miele vende anche le uova, quasi bianche come si vedono quasi solo nei film americani, e squisite; peccato che fino a settembre verrà solo una volta ogni due settimane
"Perché?" le ho chiesto io, che dentro di me pensavo sarà perché cosa vuoi, barattoloni di miele scuro e cristallizzato, du' confezioni d'uova, non venderà nulla, inutile anche solo fare il viaggio
e lei mi ha risposto
"Perché adesso comincia la stagione che il miele lo raccolgo!"
Ah, ecco.
Allora non esiste solo il fare soldi. L'accattivarsi i clienti. Il sembrare più belli, più convenienti.
C'è tutto un prima, e un durante, che al supermercato quasi non si vede.
I peperoni ritorti su loro stessi come nell'ultimo degli spasmi, le cipolle piccolissime che si fa fatica a pelarle e scappano sul tagliere, e
"scusi vorrei dei broccoli"
adesso non si può chiedere, e neanche pensare, perché sui banchi c'è solo quello che è nato e cresciuto quando doveva, non prima. Lo trovo così giusto, e rilassante.
Ho scelto questo esperimento di un anno senza supermercato, che è poi quello che fanno le nonne tutta la vita, per riempire i sacchetti di tela solo di cose buone.
Di pomodori che sanno d'erba grossa, di burro giallo, di carne per il bollito spessa, di cose "giuste" per la stagione, e non perché me lo dice qualcuno in televisione.
Non si perde più tempo, perché in mezz'ora oltre al formaggio e alla verdura si ricevono anche un sacco di sorrisi e "bella signora", e non si perdono soldi, perché comprando quasi giorno per giorno e trasportandolo senza carrello si prende solo il necessario.
Avrò scoperto l'acqua calda, forse.
Eppure per me è una rivelazione.
Oggi sono tornata a casa con il pesce, le melanzane, le mele il pane, mezzo salamino, arance e due fette di prosciutto cotto spesso per fare un sugo da finimondo, e un saccone pieno di una coperta in stile provenzale, a euro 30, della quale forse non avevo bisogno.
Vabé, ok, devo affinare la tecnica.
Ma è solo il primo giorno.


martedì, aprile 09, 2013

Lavorare

Ho da un po' di tempo quest'idea di ciclicità che mi riempie la testa; per quante cose diverse faccia, per come il mio corpo possa essere cambiato, e di conseguenza le mie azioni, sento che si ripeteranno i gesti, i fatti, le opportunità, le condizioni.
Studiando il buddismo, ho scoperto che il concetto di karma nella filosofia orientale è molto diverso da come lo intendiamo noi: il karma in occidente sono le sfighe o le fortune che ti arrivano sul coppino non si sa bene da dove, e che bisogna accettare in quanto stabilite da una legge superiore che ci vuole o felici e fortunati o disperati e sfigati.
Per i buddisti invece, il karma è la conseguenza dei nostri pensieri, delle nostre parole e delle nostre azioni. Siamo noi che ce lo creiamo, il nostro karma, che ci deriva anche da ciò che abbiamo fatto, pensato e detto nelle vite precedenti. La cosa rincuorante è che questo karma si può cambiare in qualsiasi momento. Si può dire: "ok fino ad adesso mi sono comportato in questo modo e mi sono successe cose che nemmeno Paperino in una giornata no, però da adesso in poi voglio che non mi accadano più. Voglio comportarmi diversamente, così il mio karma (le mie tendenze) cambierà".
E come la scintilla della vita per il Dr. Frankenstein, si può fare.
Allora perché, se si può fare, ci ricado sempre?
Negli errori, nelle scelte che mi compromettono, nell'insicurezza e nell'indecisione, e nella loro conseguente influenza sfìghica e nefasta nella mia vita?
Perché il fatto che si possa fare non implica necessariamente che sia facile farlo.
Decidere di stare bene, essere profondamente convinti di meritarsi tutto, ma proprio tutto tutto il meglio, tutta la gioia, la realizzazione personale, è quasi impossibile.
C'è sempre quella voce che dentro mi dice: "ma dove vuoi andare, tu? Ma che, davvero credi di essere così brava, buona e bella da meritarti tutto questo? Smettila di sognare! E stai con i piedi per terra, piuttosto".
Mettere a tacere quella voce è impossibile, per me. Così cerco di ascoltarla e capire da dove viene.
In questi giorni sto cercando di fare questo, e la ciclicità di cui vi dicevo mi aiuta ad ascoltarla meglio.
L'altro giorno, per esempio, ero a una festa di musica irlandese. I miei zii suonano in questo gruppo che si chiama Bfolk, sono bravissimi, e ogni tanto suonano in giro per la città facendo sudare generazioni di bolognesi al ritmo delle anguille dell'Eire.
A questa festa c'era anche la Bianca insieme alla sua famiglia. Ve la ricordate, la Bianca? Era la bambina che badavo quando aveva sei mesi, ben sei anni fa, co protagonista del mio primo romanzo, che da buffa Cagona si è trasformata in dolcissima studentessa di prima elementare dalla lunghissima chioma e collant rosa confetto.
"Guarda Bianca, te la ricordi lei? Era la tua tata, quando eri piccolina!"
"Non me la ricordo" ha detto, comprensibilmente, la Bianca.
Poi mi ha guardata con gli stessi identici occhioni che aveva a sei mesi, ha allungato le braccia e mi ha stretta forte forte sorridendo, prima di tornare a scatenarsi nelle danze.

E' da un po' che penso che non devo fare altro che scrivere. Niente più altri lavori, ripetizioni e babysitteraggi. Che penso che dovrei credere di meritarmi di poter vivere solo ed esclusivamente con la mia scrittura e con le attività a essa correlate, che devo imparare a smentire la voce che mi vive dentro e mi dice di no.   E ieri mi hanno proposto di fare da babysitter, quattro giorni a settimana, a una bambina di sei mesi. Che tra sette anni mi abbraccerebbe scuotendo la testa alla domanda "ti ricordi chi è?"
Cosa vuol dire, tutto questo?
Che anche questa volta mi si ripropongono le stesse situazioni e opportunità. So cosa vuol dire, cambiare pannolini, spaccarsi in quattro per la responsabilità e i dubbi: l'ho raccontato nel mio primo libro e qui sul blog. So anche che sarebbero soldi sicuri, ogni giorno, la certezza di poter fare benzina e la spesa senza l'acqua che mi impedisce di deglutire serenamente.
Ma so anche che 'stavolta, perché il mio karma si modifichi, perché la voce che mi dice di non sognare troppo possa piano piano affievolirsi e cambiare tono, posso scegliere. Posso dire: "no grazie, io ho già un lavoro a tempo pieno. Non riuscirei ad averne due e non è giusto nei confronti di chi ne ha davvero bisogno".
Perché io, questo è il punto, non ne ho bisogno.
Io vivo con questo, con quello che racconto.
Con il panico, con la paura che magari ciò che racconto non venda e col cavolo che potrò permettermi il prosciutto crudo anche il prossimo mese, con l'insicurezza e l'ansia da prestazione che vengono dal fondo del profondo del fondo di me stessa. E che piano piano stanno venendo a galla, insieme alle stesse situazioni, alle stesse condizioni, alle stesse opportunità.
Che decido di non cogliere, mettendomi un dito davanti alla bocca, in verticale, dicendo alla voce dentro di me:
"sssssh, per favore fai più piano. E lasciami lavorare".



lunedì, marzo 11, 2013

Senza parole

Stamattina ho ancora il fritto di sabato nei capelli, non me ne vogliate, sabato cucino per gli amici e mi è venuto in mente di fare le cotolette, e il giorno dopo ho avuto troppi impegni, altri amici, una chiamata improvvisa la sera tardi, non ho fatto in tempo a lavarmeli.
Leggo Astra solo una volta all'anno, nemmeno lo compro, lo trovo nelle ceste natalizie a casa dei parenti. In mezzo al torrone e le lenticchie, un anno di fraintendimenti.
Quest'anno Astra diceva che mi sarei dovuta scontrare con quello che avrei voluto fare davvero nella vita, che avrei dovuto lasciar perdere qualsiasi cosa cozzasse con i miei desideri.
Brezsny l'ha ribadito, in termini un pelo più contorti, sull'Internazionale della scorsa settimana.
Quindi non ho scuse: oroscoparolo di Astra + Brezsny che dicono la stessa cosa = forse sarà vero.
Ci rimugino da un sacco di tempo, ci rimugino troppo come sempre, affogo nei rigagnoli dei miei dubbi e dell'apatia, del non sentirmi abbastanza brava, pulita, meritevole per scrivere e basta, scrivere un nuovo libro, mollare lì il resto e andare avanti senza uno stipendio fisso.
Nessuna rete di salvataggio, solo uscire qualche volta a camminare sulla strada del maneggio dietro casa per farmi venire le idee e buttarle giù sul computer nuovo che ho comprato con gli ultimi risparmi, questo già ve l'ho raccontato.
La paura blocca i polmoni il cuore le pompette vitali tutte, l'ansia il non sentirmi in grado; ci sono giorni che mi sento incastonata nella pietra da tanto non riesco a credere di potercela fare.
Allora non faccio, al diavolo Brezsny e i chiromanti, c'avevano ragione a presagire stalli.
Poi non lo so cosa succede.
E' come se mi montasse della panna dentro, della panna elettrica, che mi riempie dalla pancia fino al cuore, e poi arriva alla testa, e lo zucchero e la luce di cui si nutre scende nelle gambe e mi illumina le ginocchia, i polsi, la sento battere nel petto nei capezzoli,
Essere convinti di meritarsi la felicità è la cosa più difficile che possa esistere al mondo.

Per esempio stamattina, ho lasciato il cellulare a casa:
esco di fretta devo andare da Maria, non mi lavo i capelli manco adesso, tutto di corsa non riesco, e arrivo e lei mi apre la porta in pigiama,
"ti ho mandato un messaggio non l'hai letto?"
"ho lasciato il cellulare sul letto"
 mi prepara il tè facendomi scegliere la bustina tra cinquanta diverse varietà, io ho la prima maglia che ho trovato nell'armadio (troppo leggera), i capelli sporchi (sanno un po' di fritto lo so è orribile ma cosa vi devo dire, mi piace cucinare per gli amici non ho avuto tempo, e ho fatto le cotolette), lei la casa bellissima colorata col bagno arancione, il mio bagno andrebbe distrutto e ricostruito da capo c'ha il lavandino scheggiato che non funziona e una minacciosissima macchia d'umido che disincrosta l'intonaco del soffitto, poi Maria ha comprato anche un nuovo bollitore per gli infusi all'Ikea e io invece quando ho ospiti per offrire il tè devo mettere sul fuoco il pentolone, lo stesso degli spaghetti.
Allora guardando il sentiero che porta dalla casa al capanno degli attrezzi, la ghiaia ordinata che attraversa il cortile, ho ascoltato Maria che mi parlava di lei e della sua vita, gliel'ho vista nelle dita, mi ha detto seria che domani compie gli anni, poi ha aperto un biscotto al cioccolato confezionato in una plastica che non si può riciclare, l'ho ascoltata ancora parlare e poi alla fine del tè sono andata in bagno e poi mi ha detto
"vogliamo recitare?"
E siamo andate a farlo, e mentre ripetevamo il nostro mantra il capanno degli attrezzi era sempre là, la ghiaia pure, i miei capelli unti, il bagno rotto, la sua sfida, i presagi astrologici,
ma c'era anche un fischio,
una sorta di sibilo,
tanto che a un certo punto si è fermata : "Hai sentito un telefono, qualcosa?"
"Credo sia la nostra vibrazione" le ho detto, e allora abbiamo sorriso e senza che nessuna delle due l'abbia detto,
il pensiero era lo stesso.

Sono tornata a casa che mi son scordata di comprare il latte, e quando ho acceso la radio c'era Vasco, che diceva "e ho cercato di convincermi che tu non ce l'hai"
Eh. E ho guardato dentro casa tua, e ho capito ch'era una follia, avere pensato che fossi soltanto mia. E ho cercato di dimenticare, di non guardare.
E ho guardato la televisione, e mi è venuta come l'impressione che mi stessero rubando il tempo e che tu, che tu mi rubi l'amore, e poi ho camminato tanto fuori c'era un gran rumore, e non ho più pensato a tutte queste cose"
Ho pensato a Maria e a me e ho pianto di gioia sullo stradone, e Vasco allora ha detto
"E ho guardato dentro un'emozione, e ci ho visto dentro tanto amore che ho capito perché non si comanda al cuore, e va bene così, senza parole"
poi sono tornata a casa ho dato da mangiare ai gatti, ho scritto su un post it "tu te lo meriti" e me lo sono appiccicata sul petto pieno di panna, all'altezza del cuore.



domenica, marzo 03, 2013

Decomprensione

Sono cioccati due computer nel giro di dieci giorni, e cioccati significa partiti, rotti, kaput, kaboom, e due computer, disgraziatamente, significano il mio e quello di Marco, e così anche i nostri conti in banca sono cioccati in men tempo che non si dica "miseria".
Perché vivere senza computer, abbiamo capito, non si può più.
Tanti anni fa, quando scrivevo su questo blog delle mie avventure all'università e pur non sentendomi spensierata, beh, lo ero lo stesso, ricordo che a un certo punto mi si ruppe il pc e un pomeriggio, mentre passeggiavo per Bologna, mi venne una voglia così intensa di aggiornare il blog da catapultarmi nel primo internet point e scrivere.
"Scusate l'assenza ma mi si è rotto il computer. Presto lo ricompro!"
Sentivo che avevo voglia di comunicarlo ai miei lettori, a chi aspettava il mio post, e allora non c'erano altri modi, social network, ingorghi del genere, smartphone con i quali imporre la propria foga. 
Non lo ricomprai tanto presto. 
Andavo in biblioteca per scrivere un po', o nell'aula computer della facoltà di lingue, con le sue tastiere sudaticce e l'odore di decompressione. 
Ci misi tempo, per riprenderlo. 
Adesso no, non ci riesco.
Non ci sono riuscita: non so aspettare più tanto tempo, e ho uno smartphone che uso per lo più per andare su Facebook, fare foto e tenere aggiornati tutti su quanto abbia gatti e cose stupende. 
La tristezza no, la decompressione.
Non riuscirei domattina alle otto a uscire, a prendere l'autobus e fare un giro per Bologna mangiandomi le strade, pestando i piedi nelle scarpe e guardando in alto, passando dietro al mercato, in cerca di immagini e internet point bengalesi nei quali rifugiarmi per dire a tutti
"Eccomi, 
sono viva,
so ancora scrivere, ne ho bisogno, lo faccio", aspettando trepidante un commento.
Non ci riuscirei perché ora ho fretta.
C'è troppo poco tempo: nessuno attende un commento lasciato a un blog personale che parla di piedi nelle scarpe, c'è l'instant like, la mezza frase su Facebook, l'appagamento dell'esserci per un breve momento, per un breve commento, basta questo, "sono attivo, faccio delle cose", e poco importa se le cose siano preparare la pasta al sugo e mostrarla come fosse Armstrong a mostrare il suo piede sulla luna. 
L'ho già ricomprato, il computer.
Usato. Color verde. Preso stamattina con i miei ultimi soldi: vi sto scrivendo da una tastiera estranea. Uguale a tutte le altre.
E' uno strumento, per me, romperne uno è come perdere la penna. Cambia solo il prezzo. 
Voglio convincermi che anche il bisogno di scrivere sia lo stesso, di quando ho cominciato, di quando ci voleva più pazienza e più tempo, per restare in contatto, per avere un riscontro, e che basti ancora solo a me stessa quello che faccio, i miei gatti e le paste al sugo.
Che non abbia bisogno di approvazione, che un computer dal colore diverso da quello di prima sia come cambiare tratto pen, che sia solo uno strumento per arrivare a dire quello che voglio a me stessa, prima che a tutti gli altri.
Che non sia la routine, o l'età adulta (mio dio) quella che mi mangia e mi impedisce di non partire più per il centro e perdere tempo, ma la scelta di convivere, di farlo come unico lavoro, la scelta di essere presente sempre e di non subire l'impegno della scrittura, di non confonderlo con la perdita del bisogno, della foga, della libertà.
Non è facile, ve lo dico.
Accorgersi che si è in balìa di uno strumento. Un incatenamento asettico che niente ha a che vedere con il languore del musicista al suo. Che si è legati a dei doveri e delle scadenze, e alla perdita del tempo come bene utile a passeggiare. "Responsabilità", dicono. Compratene subito uno nuovo. Per non perdere tempo, dicono.
Non so se ho fatto un buon affare. 

lunedì, febbraio 18, 2013

A cena dagli Chef

A un certo punto della cena, il papà di Aurora ha detto
"voglio farti vedere il librone, dov'è il librone delle foto? Troviamolo!" e tutta la famiglia si è alzata dal tavolo piantando a metà il mascarpone, spostando librerie e aprendo bauli, per tentare di accontentare la sua richiesta.
Allora lì ho creduto di intuire cosa possa significare vivere con uno chef.
Aurora è stata eletta migliore giovane chef nel 2012, è una tipina dalla faccia aguzza e la testa piena di idee e determinazione. La sua passione è cresciuta nel ristorante di famiglia, gestito da suo papà, chef anche lui. Mi ha invitata a cena a casa sua perché, dice, "così stiamo un po' insieme".
Io mi aspettavo di cenare nel suo ristorante.
Mi prefiguravo tovaglie bianche e bicchieri panciuti, brine di piselli e uova spumose alla crema di tartufi.
"Mi puoi dare un passaggio tu, dopo la presentazione?"
In macchina, mentre immaginavo sulla lingua le consistenze ricercate e nei piedi il lieve disagio di cenare in un ristorante di lusso, con Aurora ho parlato d'amore, di quanto sia dura trovare qualcuno che stia al passo con le nostre passioni.
"Che meraviglia di donna", pensavo, mentre seguivo i tornanti massacrando lo sterzo e l'ascoltavo parlare di cosa ama, di dove va, di cosa cerca e cosa vede, ogni giorno, che la ispiri a creare. Come faccio io.
Ad aspettarci in giardino, nascosto da un gran giaccone, suo papà.
"Siete già in ritardo" ci dice. Poi spalanca le porte del paradiso.
Non capisco se l'odore sia pane, biscotti o carne cotta per ore.
Odore di casa di montagna, di dispensa, e banconi lucidi tutto intorno.


Nella distesa di piani di lavoro e fornelli, spicca fiera una planetaria Kitchen Aid, delizia e oggetto mitico di qualsiasi appassionato di cucina.
"Vedi Marta? Lì abbiamo i frigoriferi dove teniamo le creme, lì il pesce, in questi cassetti la verdura, poi c'è la zona adibita alla preparazione del pane, qui niente si contamina, niente viene a contatto con cosa non deve, il sedano mai con la carne, un sedano è un sedano e basta".
Una cucina professionale.
Per una volta, non so cosa dire. Mi riempio gli occhi dei rubinetti ricurvi, nasoni immensi su vasche in attesa, dei forni, dell'alluminio attorno ai fornelli, e mi inebrio di spiegazioni e di quell'odore pieno che avvolge gli strumenti. Un'emozione è un'emozione e basta.
Faccio tante domande ad Aurora, le chiedo se anche per lei il suo lavoro sia donare e darsi totalmente, e cosa le piace, e cosa fa in questa cucina gigante, e chi ha scelto il color carta da zucchero della sala del ristorante.
A un certo punto mi ferma, il telefono squilla.
"A tavola!" mi dice, e mi porta da un'altra parte.
Non mangiamo qui?
"Mangiamo a casa!"
L'odore veniva dal suo appartamento. E' ragù, scopro. Mi hanno preparato le lasagne.
Intorno alla tavola c'è tutta la sua famiglia, bellissima, di uomini e donne, e piatti di bruschette con la mozzarella e il pesto, e verdure grigliate ripiene di parmigiano e pangrattato, e suo babbo chino sul camino che griglia l'equivalente di mezzo porco da un quintale sottoforma di costine e salsicce.
Mi viene quasi da piangere.
Mi offrono le lasagne più buone della mia vita, e un vino che spacca la famiglia in fazione "è speciale" e partito "sa di tappo".
Per me è squisito, ma non esprimo il mio credo.
Ascolto rapita, rimpinzandomi di lasagne e verdure, i racconti del papà di Aurora. Di quando ha cominciato come chef nelle cucine degli alberghi di lusso in riviera, di cosa significhi entrare in una cucina e partire da zero, dallo scopare per terra le bucce e carpire di nascosto i segreti del maestro. Parliamo di cosa ci piace mangiare, di come sia giusto cuocere il pesce, di come si conserva e cosa vuol dire il rispetto, l'umiltà, il volere imparare e di cosa sia la cottura sottovuoto (se non lo sapete, una vera figata).
Divoro salsicce e imparo come sia grave pretendere di sapere come si sgusciano le cappesante.
Capisco che la passione presupponga un lavoro e una dedizione che nulla hanno a che vedere con l'ansia di arrivare.
Spolpo costine e rido alle battute. Vengo investita da un calore che mi commuove, tenero come gli spicchi di patate al forno serviti nella terrina di porcellana, e sincero come il "se ne vuoi ce n'è ancora" ripetuto da tutti durante la cena.
Il librone arriva insieme al tiramisù.
E' pieno di fotografie che virano all'arancione, tutte raffiguranti i banchetti che negli anni settanta il papà di Aurora preparava negli hotel per i clienti tedeschi.
Una sfilata di arrosti infilzati di foie gras, di salmoni in bella vista, di ghirigori di burro, di aragoste sull'attenti e maionesi strabordanti, di sculture di ghiaccio fatte con lo scalpello e riempite di fiori e fagiani disossati e ricostruiti perfetti, come fossero vivi, con un acino d'uva in bocca da banchetto di Trimalcione.
Un librone di ricordi e di racconti, di sguardi fieri della brigata al servizio dello stupore e dell'abbondanza.
Qualcosa che mi scalda il cuore e mi entusiasma. Come vorrei mangiare tutto, come vorrei portarmi a casa quelle foto di filetti in crosta, riguardarmele in estasi ogni tanto, giusto per ricordarmi che c'è stato anche questo, che esistono famiglie così, che hanno queste storie, queste esperienze.
Lontane dalle mie, vicine ai miei desideri.
Me ne vado, a un certo punto, dopo il caffè e tante altre chiacchiere.
Prima di partire, però, Aurora mi porta nel sottoscala e mi regala tre barattoli preziosi:
conserva di cotogne, di limoni e noci in aceto balsamico.
"Che cosa sono?" le chiedo
"Sono noci fresche, senza guscio duro, messe sotto spirito e aceto, lasciate a macerare un anno".
Si bucano che sono ancora morbide, così si impregnano del sugo in cui riposano.
Un po' come noi, penso: che da che siamo ancora teneri assorbiamo gli umori, e il sapore, di ciò che ci sta intorno.
E se abbiamo cuore e voglia di imparare, riusciamo a crearne qualcosa di meraviglioso.







martedì, febbraio 12, 2013

Invenzioni

Non fumo.
Trovo ci sia una bell'idea di concentrazione nell'atto dell'aspirare qualcosa di cattivo, però non lo faccio.
Aspirazione- ispirazione.
Mio nonno fumava molto, l'ho chiamato Goluàs nel libro perché è così, fumava le Gauloises.
Però il nonno del mio libro non è il mio nonno vero. Il personaggio non gli somiglia, è diverso.
Il nonno inventato è coraggioso: scappa giovane dal suo paese per andare all'estero in un'epoca in cui emigrare non era uno status sociale. E' libero. Di carattere abbastanza mite e generoso.
Mio nonno vero era irascibile e tremebondo.
Faceva il giornalista, suo papà vendeva orologi.
Non importano molto le cose che mi ha detto sulla sua vita: non ho buona memoria.
Per me contano invece le macchie che le sue sigarette hanno lasciato sui mobili: le bruciature tonde sulla scrivania, l'alone grigio sui soffitti, l'odore di lana riposta negli armadi.
Quello che penso quando entro nella sua casa è che da qualche parte il fumo sia rimasto, abbandonato come la macchina da scrivere, e che da un'altra trapeli per fuggire via del tutto prima o poi, quando anche mia nonna se ne sarà andata e nuovi inquilini verranno e rinfrescheranno i muri.
Posso dire tante cose su di lui.
Ha avuto una vita piena, anche se non gli piaceva ammetterlo.
Forse da lui ho preso questa reticenza nel raccontare i  successi, e la tendenza a non riconoscerli come tali.
Poi ho preso il fatto di aggrapparmi alle poltrone quando sembra non ci siano altri appigli abbastanza spessi da sorreggermi.
Una volta, prima di lui, una mia prozia è morta. Siamo entrati nella casa vuota, nello studio begiolino  pieno di libri e giornali. Su una vecchissima copia del Resto del Carlino, c'era la foto dei miei nonni il giorno del loro matrimonio. Non ricordo cosa dicesse il titolo, ma mia nonna rideva e mio nonno guardava per terra, con il naso grosso a intralciargli il passo.
"Nonno non eri contento?" gli ho chiesto, e lui mi ha risposto "si capisce che lo ero" e poi si è acceso una sigaretta ed è uscito sul balcone a sfiatare.
(Il passato è una pentola a pressione).
Ora che è morto anche lui, nello studio che non aveva non sono rimasti giornali. Non devo schiudere una porticina per entrare: è tutto spalancato nel salotto con la scrivania piena di bruciature, la macchina da scrivere zitta, il giradischi graffiato.
Non ho parlato di lui, nel mio libro, il mio personaggio è inventato.
Per questo è stato strano, ieri, quando mia nonna mi ha regalato, in una borsa di carta verde, un bigliettino che diceva
"le idee di tuo nonno, così ben comprese da quella  grande scrittrice che sei, saranno rimaste sicuramente qui dentro"
e una coppola di lana grigia, a spina di pesce, che mio nonno si calcava sempre in testa, in modo che non gli scappassero via i pensieri, e da nascondere, come fosse una vergogna, il vanto dei suoi folti capelli bianchi.



mercoledì, gennaio 30, 2013

Divergenze nazionali

"Vi serve qualcosa, se volete faccio dell'altro caffè, poi ho fatto un dolce, lo volete adesso il dolce è fatto con le arance calabresi ce le manda la mamma di Marco sì ma sei tu quello allergico ai gatti? Ho preparato la stanza di là i gatti sono i padroni di questa casa ormai,
e niente,sì, sì scusa prego sì il disco è bellissimo sai i finali, che potenza i finali delle canzoni, e che sincerità è tutto veramente pulito, non so se capisci con pulito cosa voglio dire, vero, sincero, è così e basta non è così perché me l'ha detto qualcun altro, è così perché sono irrisolto, proprio vero e basta,sono così felice che stia andando bene, il tour il disco che suoniate bene insieme perché Adriano si merita tutto, tutto il successo che sta avendo e anche di più allora domani suonate a Milano? Ah non a Milano a Prato? Ah domani a Prato e a Milano giovedì, bello il posto di Prato l'ho visto tre anni fa stavo insieme a Marco da pochi mesi l'ho seguito in tour questa volta è diverso, sì è tutto diverso non so dire perché ma avete fatto un disco meraviglioso siete meravigliosi non capita tutti i giorni di piangere dalla gioia ragazzi tra due ore si mangia ho fatto la pasta col ragù, anch'io penso sia bene fare quello che ci si sente e io mi sentivo di fare la pasta al ragù
E invece ieri, a Modena, com'è andata?"

"Il tipo che gestiva il locale era uno tipico di queste parti"

Mi guarda con gli occhi di un altro pianeta. Il cucchiaino gira nella tazzina per un po'. Si sente solo cling cling.


"Parlava molto".